Perché avere paura del “vibe-coding” non ha senso

Negli ultimi mesi si sente spesso parlare di vibe-coding con un tono quasi allarmistico. Articoli, post sui social e discussioni infinite sembrano suggerire che il codice generato dall’AI sia qualcosa di intrinsecamente pericoloso, fragile o addirittura “meno nobile” rispetto a quello scritto da uno sviluppatore umano. La verità, però, è molto più semplice: questa paura è in gran parte immotivata.

Partiamo da un punto fondamentale. Non esiste una reale differenza qualitativa tra il codice prodotto da un’AI e quello scritto da uno sviluppatore amatoriale. Anzi, nella maggior parte dei casi il confronto pende a favore dell’AI. Un modello ben addestrato segue pattern consolidati, applica best practice diffuse, evita errori banali e produce codice coerente. Uno sviluppatore alle prime armi, invece, spesso improvvisa, copia snippet senza comprenderli fino in fondo e introduce bug strutturali che emergono solo in produzione. Se dobbiamo parlare di rischio, è curioso che nessuno si scandalizzi del codice “umano” scritto di fretta, di notte, con una deadline il giorno dopo.

C’è poi un altro aspetto che rende questa polemica piuttosto sterile: il concetto stesso di “codice sviluppato dall’AI” ormai ha sempre meno senso. Oggi praticamente ogni applicazione moderna riceve qualche tipo di aiuto dall’intelligenza artificiale. Che si tratti di un suggerimento dell’IDE, di un refactoring proposto automaticamente, di una funzione completata con l’autocomplete o di una query SQL sistemata da un assistente, l’AI è già parte integrante del processo di sviluppo software. Pensare di tracciare una linea netta tra “codice umano” e “codice AI” è semplicemente irrealistico.

A questo punto forse dovremmo ribaltare completamente il modo in cui etichettiamo le cose. Le applicazioni che sfruttano strumenti di AI per essere progettate, scritte, testate e mantenute dovrebbero essere considerate… normali. Perché è questo lo standard attuale dello sviluppo software. Al contrario, le applicazioni sviluppate interamente da esseri umani, senza alcun supporto intelligente, meriterebbero un’etichetta a parte. “Hand-made”, se vogliamo essere gentili. Oppure “legacy-made”, se vogliamo sottolineare quanto questo approccio appartenga a un’epoca passata.

Non si tratta di sminuire il valore degli sviluppatori. Al contrario. L’AI non sostituisce il pensiero critico, l’architettura, la capacità di fare scelte consapevoli. Semplicemente sposta il focus. Scrivere ogni singola riga a mano non è più il metro con cui misurare la qualità di un software, così come forgiare chiodi a mano non è più il metro per giudicare un bravo carpentiere.

La vera competenza oggi sta nel saper usare bene questi strumenti, nel capire quando fidarsi, quando correggere, quando dire “no, questa soluzione non va bene”. Continuare ad avere paura del vibe-coding significa restare ancorati a un’idea romantica ma superata dello sviluppo software. E come spesso accade nel mondo tech, chi resta fermo troppo a lungo rischia di diventare, senza accorgersene, il vero legacy.


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